Giuliana Poli, L ‘Antro della Sibilla e le sue Sette Sorelle.

 

miei antenati, gente di montagna, avevano dimestichezza con gli incantesimi e le fate. Di mio nonno dicevano che era un mago, forse perché sapeva di erbe e di antiche leggende.

 

Mia mamma, come i miei avi materni, era nata a Colleluce, un borgo di vecchie case all’ombra del Vettore, la cima più alta dei monti Sibillini. Vettore sta per victor: vittorioso, chissà per quale antica battaglia che la storia non ricorda, forse combattuta fra sapienti e negromanti, angeli e diavoli, santi e draghi, o tra fate e streghe. Una battaglia che non ha tempo e non finisce mai. I racconti dei miei primi anni si mescolano a frammenti di vecchie storie che narravano di fate danzanti nel plenilunio, sulle pietraie desolate o sulla neve vergine: donne bellissime dai piedi di capra costrette, sul morir della notte, a correre verso i loro antri incantati, nel cuore segreto della montagna. Il nonno narrava della Sibilla, sapiente regina delle fate, amante di cavalieri. Narrava di Guerrin Meschino che, entrato nel suo regno sotterraneo, a differenza di altri che mai più  rividero la luce, ne uscì indenne da malie ed incantesimi. Era lui il “vittorioso” che diede il nome al monte?

Trascorso molto tempo da quando ascoltavo le  leggende che mi raccontava il nonno, sono tornata di nuovo in quei luoghi, fra la mia gente che mi insegnò fin da piccola, che tutto ha un’anima …

Tre anni  fa girovagai per tutta un’estate tra il Vettore e la Sibilla,  posti sublimi, dove l’animo delle persone sensibili, non può che subirne il fascino, contemplarne il bello, il senso dell’assoluto.  Cercai  di  immergermi nella natura e nell’animo dei vecchi del posto che mi  raccontarono storie tramandate da generazioni: i mazzamorelli, anime di bambini non battezzati, vagolanti come fiammelle,  anime sante che cercano di mettersi in contatto con i viventi, le pantafeghe o pantasme, “anime che hanno bisogno” e se riescono a soffocare la propria vittima, superano la loro condizione di anime in pena e se ne vanno in paradiso;  donne che all’alba raccolgono i fiori per la festa di San Giovanni e  compiono riti, cercando di capire come sarà il loro destino e chi sarà il loro sposo. Poi c’è “la paura”: la condizione di povere  anime  condannate a vagare per sempre sulla terra…..Si ha quasi l’impressione di vedere le streghe che si trasformano in animali demoniaci e le fate che ballano e si immergono, stanche, nelle sacre acque…per poi, guardando la luna, ci si domanda come sarà il raccolto? Ah… il sole è caduto nel sacco delle nuvole,  sarà di sicuro un inverno gelido…… Ma, la Donna di vastissima fama, padrona assoluta dell’Appennino e dei racconti della gente dei sibillini è senz’altro lei, la Sibilla, che appare incontrastata sulla “corona” del suo Regno. Da sempre, ho avuto curiosità per questa  figura leggendaria, il cui mistero mi ha  affascinato, ed affascina,   oggi come allora, come quando  bambina, sedevo accanto al fuoco sulle ginocchia di mio nonno; l’ho sempre  immaginata in cima al monte con una veste bianca e con i lunghi capelli   che fluttuano nel vento. E’ dolce, materna, misteriosa, mi sorride e sussurra: “Io sono ciò che è, ciò che è stato e che sarà, ed alcun mortale solleverà mai il mio velo”.  Per  alzare il velo che copre i misteri e per vedere oltre, non è impresa facile:  per essere accettati e prescelti dalla Dea, bisogna essere uomini coraggiosi, amorevoli e distaccati da qualsiasi interesse materiale, solo allora è possibile intraprendere il  difficile cammino …

 Persona sensibile e soprattutto donna,  sentii che per capire, dovevo lasciarmi travolgere dalla  sua sacra energia femminile e dalla sua antica magia: principio stesso del mio essere che da me doveva essere ravvivata.  Dovevo riscattare la Sibilla, una Donna di ampia fama come lei, visitata da futuri papa ed imperatori, da cavalieri venuti d’oltre Alpe, adorata per millenni, infine relegata per sempre in purgatorio, perché rimasta regina di un paradiso, si,  ma  dove ogni venerdì tutti si trasformavano in  rettili e figure mostruose. Solo leggenda? 

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