La Madre come Natura Naturans

Le antiche civiltà ci parlano di un tempo in cui la donna era onorata sopra ogni altra cosa, in cui la condizione di libertà femminile era caratterizzata da una meravigliosa armonia senza contrasti o dipendenze dall’uomo, ma solo complicità e condivisione tra donne capaci di capire il trascendere della semplice vita umana per sentire la propria femminilità più profonda e potente, l’eros, capace di ricongiungersi alla Luna, alla Madre-Terra al cosmo intero. Nella civiltà primordiale i valori teneri e femminili non venivano disprezzati dall’uomo che vedeva nella donna la spiritualità e quindi il potere: due elementi inscindibili per l’uomo arcaico perché  generavano Illuminazione ed elevazione di coscienze.

 Il legame della donna con la natura è trascendente,  natura naturans che non ha nulla a che vedere con il semplice legame con la maternità, con la fertilità e con la terra, ma è una connessione cosmica e quindi potente perché legata al mistero e al sacro. La Grande Madre, non è collegata al mero mitologema della Terra vista come Madre, ma alla donna divina, poliedrica, ambigua e Vergine, capace cioè di assumere ogni forma eterna, sempre rinnovantesi perché non generata. Le notizie in merito agli antichi culti femminili, usanze, modi di vivere, sono frammentarie e incerte; molto spesso sono state distrutte dalle religioni successive e quei frammenti di scritti rimasti, sono stati commentati a posteriori, ovviamente ricorrendo al proprio modo di pensare e d’interpretare, mentre alcuni linguaggi antichi sono ancora da decifrare e capire, in attesa di una civiltà o di personaggi capaci di riportare alla luce, la grande sapienza del mondo antico. L’aver ritrovato statuine femminili come le Veneri Steotipigie del paleolitico superiore (1), testimoniano l’importanza dei culti femminili nei primordi della civiltà, ma confermano, che la Grande Madre, non è solo connessa alla struttura economica e agricola, errore di pensiero che deriva dal fatto che la storia femminile è raccontata dagli uomini; l’ambiguità delle immagini di dèe, benefiche o malefiche allo stesso tempo, sono prova che il significato dell’essenza della donna è stata un’operazione maschile, in quanto solo chi non detiene e non comprende la potenza della vita, della morte, della fertilità ciclica e cosmica, tende a spiegarla e razionalizzarla e quindi ad esercitare un’operazione di controllo culturale e magico. La Grande Madre quindi è la Natura: vento, diluvi, fuoco, terra, cosmo, simbolo di grandi emozioni che generano movimento di Energia; lasciate libere sulla terra, queste forze potrebbero crescere ed espandersi, portando chissà dove, con il rischio di mandare tutto in rovina, poi attraverso la sua valenza di Vergine, rigenerare tutto di nuovo. Anche la donna, essendo il microcosmo della Grande Madre celeste, è il flusso di emozioni ed estasi, di forze che provengono dalle profondità della nostra psiche e una volta liberate, è difficile prevedere dove si arresteranno.

 

La scienza e la tradizione

 

Con il passare del tempo, la scienza prese il posto della sapienza, il mondo materiale si affermò su quello spirituale, per cui l’alchimia, l’astrologia, lo studio del magnetismo terrestre, le forze vibrazionali, la magia della Natura, il mondo della Tradizione, fu stipato tra le “scorie” del passato chiamate superstizioni o miti. Anticamente tutte le conoscenze astronomiche, fisiche, geometriche, geografiche, storiche si esprimevano in miti e simboli che racchiudono i valori più profondi dell’anima di una civiltà che vanno oltre la vicenda storica e che non possono essere affrontati in maniera dogmatica razionale, ma attraverso la nostra coscienza superiore, ovvero con la mentalità dell’uomo arcaico che aveva una visione più ampia del reale e che metteva in connessione la realtà con il mondo dello Spirito.

 

 

 

 

Il mito e il simbolo della Sibilla Appenninica

 

La verità mitologica della Sibilla Appenninica, affonda le sue radici nel culto della Grande Madre, ed è il modo in cui attrae emozioni forti, sconvolgimenti dell’anima ed energie vitali. La religione della Sibilla è quella della Mater, che non si basa su dogmi, su delle credenze superstiziose o su sacre scritture, ma trae i suoi insegnamenti dalla Natura, dai movimenti della luna, del sole, delle stelle, dall’eterno ritorno delle stagioni. La religione della dèa, non è redimersi dal peccato, seguire delle regole scritte da un dio, ma è trasformazione, l’arte cioè di cambiare il livello di coscienza umana, per giungere a stati di estasi, di unione con il divino femminile, il cui simbolo è rappresentato dal Graal. Dopo la feroce inquisizione, la religione della Madre, continuò a operare in maniera segreta: parte della tradizione si disperse o fu dimenticata, ma il seme fu tramandato oralmente, sottoforma di favole, canzoni popolari o nascosto nelle memorie inconscie; per questo è importante raccogliere testimonianze tra gli anziani fatte di leggende, ricordi, usanze e costumi, storie favolose che le agiografie ufficiali non riconoscono, ma sono vere, perché provengono da lontano e sono tramandate di madre in figlio come una sacra eredità. Da fonti orali (2) sappiamo che sui Monti Sibillini vivevano sette sacerdotesse con la Regina Sibilla, presumibilmente madre di una scuola iniziatica femminile creata fin dalla notte dei tempi e poi tramandatasi nei secoli. “Erano considerate tutte sante” come si racconta e ognuna custodiva sette templi dislocati intorno al Monte Sibilla, dove attualmente s’innalzano sette chiese (3), che riproducono in terra la Costellazione della Vergine celeste.

 

 

Il Monte Sibilla quale luogo di geografia sacra

 

Perché queste donne erano presenti sul Monte Sibilla e dintorni? Perché era un luogo di geografia sacra, una montagna cosmica in cui il magnetismo terrestre incontra l’energia eterica e celeste, che spinge la propria anima verso il divino. Il Monte Sibilla esercita una funzione di richiamo e di espansione energetica sul piano fisico e sulle vibrazioni più sottili. La sua funzione è quella di trasmutare i pensieri e le azioni, ma anche rigenerare il corpo attraverso una trasformazione fisica che porta ad una rinascita. Il Sibilla è un monte misterioso, ed ha l’aspetto di una donna; la sua forma di torre coronata, con i suoi corsi d’acqua, ha da sempre avuto l’aspetto di una grande matrice pura e purificata dalle acque limpide. (4) Su di un piano vibrazionale, il Monte Sibilla rappresenta la mediatrice terrena con le relazioni cosmiche,  l’incontro tra amore e psiche, l’elemento acqua con l’elemento aria, legato al chakra del cuore, punto di passaggio agli stati superiori. Il Monte “Tetrico”, l’antico nome del Sibilla per via della sua forma di trapezio è una montagna con al centro una grotta, il più antico luogo di culto che la storia ricordi, perché rappresenta il centro e la via che conduce al centro è una via difficile e irta di pericoli e d’insidie. Immaginando il Monte Sibilla nel periodo arcaico, lo potremmo visualizzare come un luogo estremamente selvaggio, con tante piccole grotte sotterrane, una in particolare con un ipogeo più ampio, la cui entrata era sulla terra, una sorta di triangolo rovesciato con la punta rivolta verso il basso (5), simbolo del cuore e dell’amore cosmico, inverso al simbolo della montagna che invece ha la punta rivolta verso l’alto e questo  dimostra il rapporto inverso, dei due triangoli e dei due sessi,  in un certo senso complementare. Scrive Réné Guénon (6): “che mentre la montagna veniva normalmente raffigurata con un triangolo, la caverna doveva esserlo con un triangolo più piccolo, situato all’interno del primo, con il vertice rivolto in basso; questo sarebbe sia l’espressione dell’inversione di prospettiva dovuta alla decadenza ciclica, che fa della verità manifestata una verità nascosta, sia il simbolo del cuore. La caverna, infatti, raffigura contemporaneamente(e, probabilmente, fin dall’epoca delle caverne paleolitiche) il centro spirituale del macrocosmo, progressivamente oscurato e il centro spirituale del microcosmo, quello del mondo e quello dell’uomo”. La caverna con il triangolo rovesciato fu il luogo ideale per le iniziazioni femminili, insieme ai sette templi custoditi dalle sacerdotesse. Nella grotta della Sibilla, avveniva l’incontro con la “sposa celeste”, con la divinità femminile ed il rito alchemico della morte e della rinascita interiore.

 

Altra grotta della Sibilla

 

Oltre all’antro sul Monte Sibilla, che era il tempio principale, c’è un’altra grotta della Sibilla, non conosciuta dalla cultura borghese, ma molto importante per la tradizione popolare, un posto davvero impervio e difficile da raggiungere, molto più vicino alla descrizione che Antoine De la Sale narra nel romanzo il Paradiso della Regina Sibilla. La grotta si trova sul Monte Vettore, ricordiamo che molta tradizione racconta di fate che scendevano a ballare a Pretare e a Santa Maria in Pantano di Montegallo e in maniera chiara si narra che le fate erano donne “che avevano i piedi di capra perché gli crocchiavano i piedi, ballavano e si prendevano gli uomini più belli, rispetto alle altre donne loro erano bellissime, non erano contadine come noi, erano raffinate e tutti s’innamoravano di loro, perché erano anche intelligenti (sagge) e riuscivano a sparire, volavano rispetto a noi e ad un tratto non le vedevi più, volavano e le rivedevi dopo un po’. Le fate erano sparse per le montagne e comunicavano insieme con quelle di Montemonaco, Pretare e Pantano di Montegallo. Si sposavano gli uomini più belli e andavano ad abitare sulle Fonte Santa. Una di queste Sibille abitava a Pistrino. A Montegallo nel periodo delle fate potevamo essere tutti signori, perché incontravamo la fortuna anche non volendo. Le fate non lavoravano la terra erano signore però l’hanno richiuse perché dominavano noi alla fine, eravamo diventati tutti schiavi di queste, perché loro erano ricche, avevano abbondanza, fortuna. Sempre di più le fate di Montemonaco e quelle di Montegallo che comunicavano tra loro, si sfottevano tra loro….perchè si sentivano forti e le altre donne erano gelose, una volta tre bei ragazzi s’erano cambiati (avevano cambiato atteggiamento) e allora dettero colpa a queste streghe e i parenti di questi ragazzi decisero di ucciderle….Come? Le hanno richiuse dentro il pozzo vive e nessuno ha parlato. Quale pozzo? Un pozzo che si trova passata la fonte santa su l’ara della Regina. L’avevano accusate di aver usato tutta l’acqua del pozzo e poi prendevano gli animali e li facevano correre tutta la notte. Nell’arco che si trova a Colle luce quando le streghe passavano lì sotto, gli buttavano l’acqua bollente e poi danneggiavano il prossimo ed erano contro la religione”.(7) Altro racconto: “Le fate scendevano a ballare a Pretare, avevano le gambe di capra, poi ritornavano sul Vettore e dice che si trasformavano, su c’è una grotta, di vede da qui e non c’è riuscito ad entrare mai nessuno”. (8) La leggenda della Sibilla Appenninica che viene punita da Dio e chiusa nella Grotta per la sua superbia fino alla fine del mondo, rimanendo regina si, ma delle tenebre, perché voleva essere lei la madre di Cristo e non l’umile Maria, potrebbe avere un riscontro in queste testimonianze orali dove si racconta come l’invidia e la gelosia delle persone del popolo contro queste donne belle, colte e intelligenti fomentata dal fanatismo religioso ha fatto compiere presumibilmente omicidi di massa nei confronti di queste donne che abitavano tra il Monte Sibilla e  Vettore (e forse dei loro figli), ultime superstiti di quella scuola iniziatica di tipo femminile tramandatasi fino ad un’ottantina circa di anni fa.  

 

 

Le sacerdotesse sul Monte Sibilla

 

In questi luoghi d’iniziazione femminile, nel periodo arcaico vivevano delle fanciulle che custodivano nell’infanzia e fino all’età del matrimonio, questi luoghi sacri, mentre nei templi dedicati ad Afrodite, rimanevano soltanto un anno. Con il passare del tempo, scomparvero i gruppi di donne che erano stati i vettori delle adolescenti e rimasero le sacerdotesse, le rampolle più illustri. Vivevano in posti lussureggianti, umidi, pieni d’acqua, in luoghi impervi, dove non era semplice arrivare, ed erano libere da vincoli matrimoniali, sorvegliavano il recinto sacro ed entravano in contatto con la dèa, mentre gruppi di fanciulle o ninfe, intonavano canti tradizionali, si nettavano con acqua di sorgente per depurarsi e per compiere sacrifici e rituali idro-mantici, oppure compivano riti segreti per incubationem. Il Monte Sibilla fu il luogo di culto della Grande Madre, i cui templi sorsero nei pressi dei boschi o in prossimità di acque, dove le ninfe vivevano nelle grotte impiastricciate di terra bagnata e sotto sorveglianza per un anno. In questo periodo, si aspargevano di fango per nascondersi e sfuggire alle attenzioni sessuali dell’acqua; il senso delle varie poltiglie, delle maschere e delle pitture, fu quello di rendere le neofite invisibili per un periodo d’isolamento, funzionale al porre fine alla giovinezza, attraverso un morire alla vecchia condizione e rinascere ad un nuovo stato, rappresentato simbolicamente dalla pulitura dal fango; essendo l’acqua eros, il bagno rituale nei laghi e nei fiumi, erano considerati dalle donne del tempo, una minaccia sessuale, ed il bagnarsi quindi, era un atto di sottomissine al matrimonio. Durante l’iniziazione, s’istituiva un rapporto di sorellanza tra le iniziande della religione della dèa, che venivano scelte e selezionate per il matrimonio con un seduttore divino ed una progenie illustre, perchè anticamente la figura del rex era divina. In giorni speciali, nelle feste di primavera, la sposa sacra, veniva conquistata attraverso una competizione, per esempio l’uccisione di un animale sacro alla dèa; la prostituzione sacra o ius prime nocti furono sistemi successivi per rappresentare il matrimonio divino. Il rituale delle dèe vergini richiedeva uno hieros gamos, il matrimonio sacro, consistente nell’avere un’esperienza religiosa-mistica tramite un’esperienza erotica e sessuale; in questi rituali misterici, il piacere, ritenuto come sacro e non semplicemente come fatto biologico, veniva  utilizzato come uno strumento per accedere alla divinità, per sfiorare qui sulla terra “l’ombra celeste”. Le sacerdotesse erano considerate il più alto rango spirituale della società e comunque tutte le donne di qualsiasi ceto sociale, si prostituiva nel tempio per una volta nella loro vita, in modo da dedicare il proprio amore alla dèa. Questa pratica, lungi dall’essere considerata riprovevole, era il primo grado d’iniziazione femminile, un mezzo d’adattamento al mondo interno o spirituale, fondamentale per il bisogno psicologico della donna, che diventa una in se stessa, quando sperimenta tutte le forze al servizio del dio istinto, per il principio interiore dell’Eros. Nel femminino, il significato di queste esperienze doveva trovarsi nella sua sottomissione all’istinto, lo hieros gamos, ovvero rivelazione d’amore che si ha dentro di sé, scissa dal desiderio che ricrea la dèa di nuovo vergine; mentre l’amore per la procreazione rendeva donne, l’accoppiamento con un dio restituiva la verginità, perché dìo nasceva di nuovo nell’anima. In questo momento subliminale, l’Eros veniva sollevato al di sopra dei desideri personali e l’Eros significa anche accoglienza. Isthar dirà: una prostituta compassionevole sono io. La conseguenza dello hieros gamos, fu la vergine con il bambino che simboleggiò la rinascita femminile, la stella che dà la forza di ripartire con valori diversi, più alti e profondi. La donna compiva questo gesto perché lei stessa ne aveva bisogno, non importava neanche che tipo di esperienza avesse alle spalle (9); bisognava conoscere Afrodite e tutti i segreti dell’Eros, per risvegliare il proprio Sé, perché noi donne crediamo di essere sveglie, mentre invece dormiamo. La terra dei Piceni e soprattutto l’area dei Monti Sibillini, è disseminata di riferimenti a luoghi di culto in cui si svolgevano ”giochi malfamati” o ritualità svolte nelle caverne in onore di queste dèe maliarde, come le chiamavano in epoca rinascimentale, periodo in cui si scriveva: ”nelle tue grotte hanno il funereo covo le quattro maghe che ai notturni incanti quivi scelsero il torbido ritrovo”. Molte aree del territorio Piceno si chiamano bagni della regina, perché situate vicino laghi, fiumi o fontane, luoghi che ricordano ancora la presenza millenaria di tante donne che s’iniziarono ai misteri, guidate dalle sacerdotesse sibilline legate a dèe assimilabili ad Afrodite, divenute poi Veneri in epoca romana, non a caso nel medioevo il Monte Sibilla fu identificato con il Venusberg dalle leggende tedesche da Felix Hemmerling che nel De Nobilitate et Rusticitate, fece riferimento al Monte di Venere di Norcia. 

 

La Sibilla la dèa celeste e il triangolo magico

 

Una fonte orale raccolta a Foce di Montemonaco sui Monti Sibillini, racconta che “Le Sibille si parlavano da lontano, vicino il laghetto di Foce, c’era una pietra e tutti dicono che in quella figura è raffigurato un cane, credevo in uno scherzo della natura, però un’altra molto simile sta in un incrocio lungo la strada che va a Pilato. Le Sibille parlavano e comunicavano attraverso la pietra, se noi crediamo all’aldilà possiamo credere anche a questo”.(10) E’ presumibile che la chiave di lettura di questa testimonianza, è da vedere nel legame del Monte Sibilla con il culto della Grande Madre nel suo aspetto oscuro. Artemide, nome greco di Diana Nemorense, oltre all’aspetto solare che la legava a suo fratello Apollo, aveva anche una dimensione notturna lunare, attraverso la quale assumeva l’aspetto della dèa cacciatrice della femminilità che cresce (la fanciulla), Selene, che indica la luna nel suo pieno potere (la ninfa), ed una natura ctonia, Ecate, potente divinità identificata con Persefone, la regina dell’Ade (la vegliarda), che come Diana percorreva monti e valli col suo seguito di ninfe cacciatrici. Ecate, nelle vesti di sovrana degli Inferi, vagava di notte con le anime dei morti, accompagnata dall’ululato dei cani, lei stessa fu raffigurata come una cagna. Figlia di Asteria e Persete, era una divinità femminile, il cui culto faceva parte dei misteri orfici. A tutti coloro che la invocavano concedeva eloquenza, vittoria ed abbondanza, più tardi divenne la dèa degli inferi. Come luce che brilla nelle tenebre ed illumina, era colei che vagava nella notte con una lanterna in mano, fermandosi presso i crocicchi o trivii, luoghi a lei sacri, dove nel passato furono edificate edicole in suo onore. Era annunciata dal latrato dei cani e veniva rappresentata con tre teste o come donna triplice. Ecate fu anche assimilata a Nemesi, molto vicina a Diana Nemorense, la dèa della Fortuna, perché ristabiliva gli equilibri alterati da prepotenze o prevaricazioni e assicurava ad ognuno la sventura o la fortuna, per cui divenne la dèa del destino, in un periodo in cui gli uomini non si accontentarono più di affidarsi al fato completamente, ma cercarono di mediare il loro rapporto con le divinità attraverso la magia, costringendole ad agire secondo il volere degli uomini. La dèa Nemesi, divinità greca, importata presumibilmente dai Pelasgi, veniva rappresentata come dèa virginale molto simile ad Afrodite, vestita con le ali di argento a somiglianza di Cupido, perché era anche la dèa degli innamorati. Fu sostituita dalla dèa etrusca Northia, raffigurata anche lei con una statua di argento. Dei culti di queste dèe rimangono molti segni tra l’Infernaccio, Capotenna, Foce di Montemonaco e  Lago di Pilato. Una persona che io chiamo Puck, mi ha mostrato senza profferire parola, una foto incredibile, scattata in un posto segreto sui Monti Sibillini, dentro una caverna parietale, considerata diabolica dalla tradizione orale risalente agli anni 50, in cui si vede appoggiato ad una roccia, un basamento di pietra con sopra un manufatto di forma piramidale con la punta rivolta verso il basso, sulla cui base è appoggiato un globo perfetto di minerale naturale di colore marrone. Una divinità, la dèa Tanit (11), fu raffigurata da un disegno in cui sono combinati un triangolo equilatero, una linea orizzontale e un disco, in modo da voler quasi rappresentare, in modo rozzo, una figura umana. Fu chamata la “dèa celeste” e invocata dalle famiglie per ottenere benessere e fertilità. La dèa Tanit cambiò il nome in Astarte, una dèa astrale, quando i Cartaginesi occuparono l’isola 2600 anni fa. Apparve in statuette, bassorilievi e sigilli, come dèa madre, mentre nuda si stringeva i seni, sorreggeva fiori di loto, o un disco o vari serpenti, o mentre allattava un bambino. Come dèa lunare, è la Madre, simbolo dell’amore e della fecondazione. Il più famoso santuario a lei dedicato fu quello di Es Curaim, occupato da sacerdoti e sacerdotesse che compivano sacrifici in suo onore ed officiavano la “sacra prostituzione”, le cui origini orientali, fenicie, o etrusche, sono legate alla ierogamia. Un tempio di questa dèa sorse a Roma su un fianco del Campidoglio, vicino all’antico e venerato santuario di Giunone Moneta; a ciò si deve senz’altro l’accoglimento del culto della dèa fra i “sacra urbana” e quindi l’assimilazione della divinità poliade dei Cartaginesi con la Giunone romana, invocata quindi con l’epiteto di Caelestis. E’ importante ai fini del nostro studio affermare quindi che Astarte fu poi identificata con l’Afrodite greca, l’Iside egiziana, In terra picena, un’altra dèa ebbe queste caratteristiche. E’ importante ai fini del nostro studio affermare quindi che Astarte fu poi identificata con l’Afrodite greca, l’Iside egiziana, ma anche ad una divinità femminile proveniente dall’oriente e assimilabile a queste grandi dèe fenicie, che è la dèa Cupra: una dèa dai culti orfici, che racchiudeva i tre aspetti della femminilità: Madre, Amante, Strega (aspetto magico lunare), le cui ritualità misteriche, si officiavano nelle grotte. L’origine lessicale è identificabile nell’umbro antico Cubrar, o Kypra; oppure nella radice cup, da cui derivano cupiditas, desiderio, e Cupido, dio dell’amore. La dèa Astarte fu anche identificata con la Cibele dell’Asia Minore, diffusa da Ottaviano Augusto e ancor più da Claudio in tutte le regioni dell’impero; la sua sede preferita fu la cima di monti e spesso veniva disegnata o scolpita o in piedi o seduta su un carro trainato da leoni; in mano aveva sempre un tamburello costituito da un cerchio di rame, sul quale era tesa una pelle di animale, dal valore magico. I suoi sacerdoti chiamati Galli, compivano riti delle purificazioni e degli esorcismi che consistevano nel trasferire su alcuni oggetti, gli influssi malefici di cui erano colpiti uomini e animali; anche la dèa Northia dei monti Sibillini, aveva le virtù di scacciare gli influssi negativi personificati dal diavolo o dal malocchio. Simbolo della dèa Cibele era una statua di argento (12) con in testa una pietra nera caduta dal cielo; anche la dèa etrusca Northia era una statua di argento con in testa una pietra nera.

 

 è possibile quindi che la tradizione popolare abbia tramandato un sincretismo tra queste antiche dèe, trasfuse nella figura della Sibilla, incarnata da una gran sacerdotessa.

 

Cane rosso

 

La fonte orale racconta di una pietra con inciso un cane rosso, trovata presso il laghetto di Foce di Montemonaco, lungo il percorso per arrivare al Lago di Pilato, il Lago della magia, luogo di ritrovo dei negromanti che invocavano gli Spiriti dell’oltretomba, per poter cambiare il corso della natura, controllare la volontà, evocare i morti e predire il futuro. Nel culto delle dèe della Fortuna, da Nemesi a Northia, si praticavano le “sortes”, per esempio a Norcia, ciò è testimoniato dal ritrovamento in Santa Maria Argentea, edificata sul tempio di Northia Argentea, di chiodi utilizzati nella pratica dei malefici, che s’incidevano su lamine che venivano poi sepolte. Non a caso circondano il Lago di Pilato il Monte Argentella ed il Monte Porche, ovvero delle Parche che rappresentano le dèe del fato o della fortuna: il passato il presente ed il futuro, o in termini mitologici, il principio del mondo infero, della terra e dei cieli. Ecate veniva celebrata in luna nuova e nell’occasione le venivano offerti come doni cuccioli di cane ed era consuetudine lasciare nei crocicchi, del latte o libagioni a base di grano che venivano consumate dai bisognosi in onore di Ecate. Il mito di questa grande dèa legata alla luna, alla fertilità del macro e microcosmo insieme, con il passare del tempo fu vista in maniera degenerata e diventò la dèa dei negromanti e delle streghe e fu ritratta come una vecchia dalla pelle scura, i capelli a forma di serpente con la bava alla bocca  e dal sudore puzzolente. Ancora oggi gli anziani raccontano che le streghe s’incontravano “dove s’incrocia le strade”e dopo che sò passate le streghe se sente nà puzza de olio bruciatu rancido (bollito), sono particolarmente brutte con qualche difetto fisico; se qualcuno voleva prendere la briga di vederle senza nessun pericolo, bisognava mettersi in un crocevia, tenendo la testa tra i due rebbi di una forca, questo gesto incuteva una forma di rispetto da parte delle streghe, perché nel mito, il pettine o il forcone rappresentano la luna. Un altro modo che si usava per proteggersi dalle “maliarde” era quello di mettere un pettine dentro l’acquasantiera, colei che avrebbe detto levami stò pettine era una strega sicuramente. Altra strategia di protezione era quella di mettere una scopa fuori casa o di seppellire tre cagnolini vivi sotto terra, oppure d’indossare delle stringhe di cane, in quel caso le streghe ti salvavano dalle loro cattiverie. Raccontavano le donne che lavavano il bucato che al passaggio delle streghe descritte brune con i denti bianchissimi si sentivano dire: “Se non fosse per quelle stringhe di cane che portasse, ti farei vedere io che bianco fosse…” Da questi racconti capiamo il rapporto delle streghe con la luna; la janara o vergara riportano quindi in chiave negativa ai legami con la luna nuova Ecate, che la gente un tempo pregava al contrario per proteggere le soglie, le gravidanze e la fertilità delle donne. Nel racconto si parla di un cane rosso. Nell’antica Roma, durante il rito della Robigalia, si sacrificava un cane rosso per scongiurare la ruggine del grano. Ovidio (nota), attribuisce la celebrazione del rito al flamen Quirinalis, il sacerdote di Quirino, il dio della dimensione agricola e gli pone in bocca una lunga formula conforme alla concezione augustea di Quirino come dio pacifico. Il catellus, dal latino catellus e l’umbro Katal significa piccolo animale, mentre il sacrificio del cane è inconsueto nella religione romana è legato solo al sacrificio alla terra, di cui Robigus è un aspetto, nella terza Tavole Iguviana, è descritto il cerimoniale del sacrificio del cane a Giove, dove presso l’ara, si uccide un cane senza i difetti, che dovrà essere seppellito presso l’altare. (13) Pertanto il cane è legato alla Tellus e il suo sacrificio serve a placarne le componenti ostili e dannose, viste come un’entità divina, raro caso in cui una potenza negativa è oggetto di culto. Attraverso divinità ctonie, come Anubis, Cerbero, Thoth, Ecate Ermes, hanno la funzione di psicopompo, ovvero essere la guida dell’uomo nella morte, dopo essere stato compagno della vita. Nel suo simbolismo esoterico, il cane rosso, indica un demone interiore da cui guardarsi, ovvero il non io che è sempre in agguato e ci conduce nella follia. Il cane, è sempre stato associato alla morte, agli inferi, al mondo sotterraneo, ai regni invisibili, alla trilogia degli elementi: terra, acqua, luna, di cui si conosce il significato occulto, femminile, vegetativo, sessuale, divinatorio, fondamentale tanto per il soggetto d’inconscio, tanto per quello del subconscio.

 

Note

 

1) Una Venere steotipigia del paleolitico superiore è stata rinvenuta dallo speologo Sandro Polzinetti presso la Grotta di Frasassi di Genga nelle Marche.

 

2) La storia delle sette sorelle narrata da Lucia Fabiani di Colleluce ai piedi del monte Vettore, Ascoli Piceno: “C’era un signore che aveva sette figlie e gli sono uscite tutte sante ed hanno fatto: Santa Maria in Pantano, una a Pistrino, il Monte, Santa Maria in Lapide, la Madonna dell’Ambro… La più importante è Santa Maria in pantano, la prima delle sette femmine; sotto c’è una fontana e per questo che l’hanno chiamata santa, per via delle sette sorelle sante”

3) Giuliana Poli, L’Antro della Sibilla e le sue sette sorelle, Controcorrente, Napoli, dicembre 2008, pagg…

4) Ricordiamo che un tempo La Piana del Castelluccio e i monti erano immersi da un grande lago.

(5) Notizia dello speologo Sandro Polzinetti. 

(6) René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano, 2006, pagg. 185-187.

(7) Maria Fabiani, 85 anni Colleluce di Montegallo provincia di Ascoli Piceno.

(8) Gregorio Piermarini, 85 anni, Pretare di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno)

(9) Successivamente l’iniziazione avvenne non più con l’allontanamento fisico dai genitori con le ritualità connesse, ma con il taglio dei capelli, simbolo della disponibilità alle nozze, perché nel mondo arcaico e fino ad una cinquantina di anni fa, si ottenevano onori solo attraverso il matrimonio

(10) La pietra è stata scoperta dal ricercatore Sandro Polzinetti.

(11) Tale figura simbolica è molto simile a quella della dèa Tanit, che nacque dal sincretismo della civiltà fenicia con quella del nord-Africa e con l’espandersi della cultura punica. Il suo essere divino, si diffuse largamente nel Mediterraneo occidentale, in Sardegna, in Sicilia, a Malta, a Pantelleria ed anche a Roma, dove fu chiamata “Dèa Celestis”.

(12) Ricordiamo che l’argento è il metallo della Luna e di tutte le manifestazioni lunari legate alla Grande Madre.

(13) …”Si porta il cane, gli exta, la struçla, la ficle, la mole, il vino e si uccide un cane senza difetti, poi si sotterra presso l’altare”.

 

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